Qual è il foro competente a conoscere del procedimento per convalida?

Il procedimento per convalida ha natura giudiziale e pertanto deve essere radicato avanti a uno degli organi dell’Autorità Giudiziaria Ordinaria, individuato sia con riferimento al dato territoriale sia con riferimento ai diversi tipi di organi giudiziali di primo grado presenti nel nostro ordinamento (giudici di pace e tribunali).

La questione si risolve nell’individuazione di quale sia l’organo giudiziario dotato della cd. competenza territoriale per conoscere della singola procedura di convalida azionata e se debba trattarsi dell’ufficio del giudice di pace o del tribunale, e in base a quale criterio. Il tutto avendo ben presente la struttura bifasica del procedimento per convalida, in cui alla fase sommaria può seguire un ordinario giudizio a cognizione piena, nonché la possibilità in alcuni casi di compromettere per arbitri la decisione delle controversie, sottraendole così alla cognizione dell’A.G.O.
L’art. 661 c.p.c. dispone che “quando si intima la licenza o lo sfratto, la citazione a comparire deve farsi inderogabilmente davanti al tribunale del luogo in cui si trova la cosa locata”.
Da questa norma si evince in modo chiaro e netto come la fase sommaria del procedimento per convalida, introdotta dalla notifica dell’intimazione e contestuale citazione, non possa che svolgersi davanti a quell’organo della giustizia civile costituito dal tribunale, a esclusione pertanto dell’ufficio del giudice di pace, nel cui circondario giudiziario si trovi il Comune in cui è ubicato l’immobile locato oggetto del procedimento. La norma è univoca nel disporre come inderogabile tale competenza funzionale del tribunale a conoscere dei procedimenti per convalida a prescindere dal valore della controversia, ed anche il criterio di competenza territoriale enunciato – basato sull’ubicazione dell’immobile, cd. forum rei sitae – emerge come assolutamente inderogabile.
Ciò comporta che eventuali clausole contrattuali derogative di tali criteri di competenza, sia perché prevedano una diversa competenza territoriale, sia perché devolvano le eventuali controversie ad arbitri, saranno inefficaci relativamente alla fase sommaria del procedimento.
Ma se dalla fase sommaria si passa, previo mutamento del rito in forza dell’opposizione dell’intimato, all’ordinaria fase di merito a cognizione piena, quid iuris riguardo ai predetti criteri di competenza territoriale e funzionale?
In considerazione della natura di norme eccezionali, ai sensi dell’art. 14 delle disposizioni sulla legge in generale anteposte al codice civile, degli articoli costituenti la disciplina del procedimento per convalida, come tali non applicabili in via analogica a casi da esse non contemplati, ed essendo palese che l’art. 661 cit. si riferisce solo alla fase sommaria per convalida, si può concludere che per la fase a cognizione piena non è applicabile il disposto dell’art. 661 cit., bensì le ordinarie norme sulla competenza, che nel caso specifico sono gli artt. 21 e 447-bis c.p.c., e in punto di compromettibilità in arbitri, quelle dell’art. 806 del medesimo codice.
A seguito infatti del mutamento del rito, il giudizio prosegue secondo il cd. rito locatizio dettato dall’art. 447-bis c.p.c., coincidente in gran parte con il rito del lavoro, e che prevede la nullità di eventuali clausole di deroga alla competenza; questa competenza, da un punto di vista territoriale, è individuata dall’art. 21 c.p.c. nel luogo dove è posto l’immobile.
Anche per la fase di merito pertanto è competente in modo inderogabile il tribunale nel cui circondario giudiziario è posto il Comune in cui ha sede l’immobile, ma in forza di una norma differente e con un ambito di applicazione meno ampio dell’art. 661 c.p.c., visto che si riferisce alla sola ripartizione di competenza territoriale tra tribunali, e di conseguenza non ha portata tale da impedire la compromettibilità per arbitri della fase a cognizione piena.


Nota Bene
L’attribuzione agli arbitri del potere di decidere di determinate controversie sottratte alla giurisdizione dell’A.G.O. non riguarda infatti una questione di ripartizione di competenza tra organi appartenenti alla magistratura ordinaria, e le cause ordinarie in materia locatizia non rientrano tra quelle che non possono essere devolute alla cognizione arbitrale.

Sulla scorta di tali considerazioni, anche la giurisprudenza prevalente ritiene che alla fase di merito successiva al mutamento di rito non si applichi il divieto di deferibilità ad arbitri che, invece, caratterizza la fase sommaria.

Conforme: Cass., 16 gennaio 1991, n. 387
“La clausola compromissoria, che devolve alla cognizione di arbitri le controversie derivanti da un contratto di locazione di immobile urbano, mentre trova un ostacolo alla sua applicabilità nel procedimento di convalida di sfratto nella fase di cognizione sommaria, riservata alla competenza funzionale ed inderogabile del pretore, spiega, invece, i suoi effetti nella fase successiva dell’ordinario processo di cognizione, nel quale non sussiste alcuna preclusione per la deferibilità agli arbitri del relativo giudizio di merito.”

Cass., 23 giugno 1995, n. 7127
“Fra le controversie non deferibili ad arbitri rientrano tutte quelle per le quali è prevista la competenza funzionale ed inderogabile del giudice ordinario, come, in particolare, i procedimenti speciali di convalida di licenza o di sfratto per finita locazione e di sfratto per morosità, previsti dagli art. 657 e 658 c.p.c. che appartengono alla competenza funzionale del pretore, limitatamente peraltro alla prima fase a cognizione sommaria, non sussistendo invece alcuna preclusione a che nella fase successiva a cognizione piena la causa sia decisa nel merito da arbitri. Ne consegue che la deduzione, nella fase sommaria, dell’esistenza di una clausola arbitrale, non priva il pretore della competenza ad emettere i provvedimenti immediati (ivi compresa la eventuale concessione del termine di grazia ex art. 55 della l. 27 luglio 1978 n. 392, che appartiene alla prima fase del procedimento di sfratto per morosità) ma lo obbliga, una volta chiusa la fase anzidetta, a declinare con sentenza la propria competenza, dichiarando sussistente per il merito quella arbitrale, incombendo poi alle parti di attivarsi per l’effettivo svolgimento del relativo giudizio.”

Analoga conclusione, circa l’applicabilità alla fase di merito degli ordinari criteri di competenza territoriale, è stata riconosciuta in tema di sfratto intimato nei confronti della Pubblica Amministrazione, che dopo il mutamento di rito deve proseguire, in forza dell’art. 25 c.p.c., avanti al tribunale del luogo dove ha sede l’ufficio dell’Avvocatura dello Stato nel cui distretto si trova il giudice che sarebbe competente in via ordinaria.

Conforme: Cass., 5 marzo 1988, n. 2309
“Qualora, intimato lo sfratto per finita locazione nei confronti della p.a. il pretore, all’esito della fase speciale, rimetta le parti davanti al tribunale per la decisione del merito ai sensi dell’art. 667 c.p.c., trovano applicazione le norme ordinarie sulla competenza, ivi compresa la disposizione prevista dall’art. 25 c.p.c. la quale – stabilendo che nelle cause concernenti un’amministrazione dello Stato è competente il giudice del luogo ove ha sede l’ufficio dell’Avvocatura dello Stato nel cui distretto si trova il giudice che sarebbe competente in via ordinaria – configura un’ipotesi di competenza territoriale inderogabile, come tale rilevabile in ogni stato e grado del processo e quindi anche con istanza di regolamento di competenza proposta d’ufficio dal diverso tribunale cui la causa sia stata rimessa.”
Inderogabilmente competente per la fase sommaria del procedimento per convalida di sfratto o di licenza è il tribunale del luogo in cui è situato l’immobile oggetto del rapporto sostanziale di godimento.
La fase a cognizione piena in cui prosegue il giudizio, previo mutamento di rito a seguito dell’eventuale opposizione dell’intimato, è invece legittimamente devolvibile alla cognizione di un giudizio arbitrale ex art. 806 del codice di rito.