In quali decadenze incorre il convenuto in caso di costituzione tardiva?

Il legislatore ha esplicitamente previsto che il convenuto debba costituirsi mediante deposito in cancelleria della comparsa di risposta, nella quale deve proporre le sue difese, prendere posizione sui fatti posti dal ricorrente a fondamento della domanda, indicare i mezzi di prova di cui intende avvalersi e i documenti che offre in comunicazione e formulare le conclusioni. A pena di decadenza deve proporre le eventuali domande riconvenzionali e le eccezioni processuali e di merito che non sono rilevabili d’ufficio.

Va segnalato come in un sistema processuale caratterizzato da preclusioni piuttosto rigide sia con riferimento al thema decidendum che in ordine al thema probandum, la dottrina più attenta abbia da tempo analizzato la complessa articolazione delle possibili difese del convenuto volte ad ottenere il mero rigetto dell’avversa domanda (Fabbrini, Luiso). Nell’ambito delle argomentazioni svolte a sostegno del rigetto dell’azione dell’attore il resistente può, infatti:
— limitarsi a contestare i fatti costitutivi allegati dal ricorrente (negandone la stessa esistenza) ovvero le conseguenze giuridiche invocate dalla controparte: si parla al riguardo di semplici difese (od eccezioni in senso improprio);
— oppure allegare in giudizio fatti impeditivi, modificativi o estintivi del diritto azionato dalla controparte.
Sono da considerarsi mere difese od eccezioni in senso improprio le deduzioni del convenuto volte soltanto a contestare:
— le argomentazioni giuridiche svolte ex adverso;
— la legittimazione attiva e passiva, intesa (non quale titolarità attiva o passiva del rapporto) bensì quale vera e propria condizione dell’azione (che dà luogo ad una pronuncia di inammissibilità e non di rigetto nel merito della domanda);
— il valore probatorio dei mezzi istruttori proposti dalla controparte;
— il fatto costitutivo del diritto esercitato dalla parte istante.
Segnatamente, la semplice contestazione dei fatti posti dall’attore a base della propria pretesa è pacificamente considerata come mera difesa (non è stato accolto, infatti, il termine obiezione proposto dalla dottrina fra le due guerre) e si differenzia quindi dall’ammissione di quegli stessi fatti accompagnata dalla deduzione di fatti modificativi, impeditivi od estintivi (ad es., pagamento del debito) (Cass., sez. un., 27 luglio 2005, n. 15661).
Può dunque qui richiamarsi la tematica della non contestazione.


NOTA BENE


Le mere difese sono deducibili per la prima volta anche in appello e rilevabili d’ufficio, anche nel silenzio delle parte interessata, ad eccezione della contestazione sopravvenuta che, secondo l’impostazione dottrinale prevalente (CEA, il quale osserva, sia pur dubitativamente, che la contestazione tardiva deve essere assimilata al regime delle eccezioni in senso stretto e, quindi, è da ritenersi inammissibile in appello), deve ormai ritenersi inammissibile alla luce del nuovo orientamento giurisprudenziale delle Sezioni Unite in tema di non contestazione.


L’art. 702, comma 4, c.p.c., come segnalato, prevede che il resistente, in caso di costituzione tardiva, decada dalla facoltà di proporre le eccezioni non rilevabili d’ufficio (cd. eccezioni in senso stretto), decadenza a sua volta rilevabile d’ufficio indipendentemente dal silenzio serbato dal ricorrente o dalla circostanza che lo stesso si sia difeso nel merito sostenendo l’infondatezza dell’eccezione tardivamente proposta.
È dunque utile operare una rapida casistica delle eccezioni in senso lato e di quelle in senso stretto.
Per quanto concerne il rito, non devono essere proposte a pena di decadenza nella memoria difensiva del resistente (tempestivamente depositata), potendosi rilevare d’ufficio, la carenza di giurisdizione e il difetto di competenza (per materia, per valore e/o per territorio inderogabile).
Inoltre, secondo le sezioni unite della Suprema Corte, anche l’esistenza di un giudicato esterno, al pari di quella di giudicato interno, è rilevabile d’ufficio ed il giudice è tenuto a pronunciare sulla stessa qualora essa emerga da atti comunque prodotti nel corso del giudizio di merito (Cass., sez. un., 25 maggio 2001, n. 226 e Cass., sez. un., 4 luglio 2001, n. 9050). In tal modo è stato composto l’annoso contrasto insorto in seno alla giurisprudenza di legittimità che aveva, invece, prevalentemente considerato l’eccezione di giudicato esterno come eccezione in senso stretto, rilevabile, in quanto tale, non d’ufficio, ma solo ad opera della parte interessata nella prima memoria difensiva.
Non rilevabili d’ufficio sono, al contrario, l’eccezione di incompetenza per territorio derogabile, il disconoscimento della scrittura privata (ai fini del disconoscimento di una scrittura privata, ai sensi dell’art. 214 c.p.c., pur non occorrendo alcuna formula sacramentale o speciale, la questione relativa all’inosservanza dei limiti stabiliti dalla legge all’ammissibilità della prova testimoniale, concernendo norme che non sono di ordine pubblico, ma dettate nell’esclusivo interesse delle parti litiganti, salvo che tale prova attenga all’esistenza di un negozio per il quale sia richiesta forma scritta ad substantiam (Cass., 1 ottobre 1991, n. 10206).
Rientrano, poi, sicuramente nella categoria delle eccezioni di merito in senso stretto: l’eccezione di prescrizione (Cass., 25 novembre 1999, n. 13140), di decadenza (Cass., 18 giugno 1998, n. 610), di compensazione (Cass., 11 aprile 2001, n. 5444), di annullabilità, l’exceptio inadimpleti contractus, di rescindibilità, di transazione novativa (Cass., 12 novembre 1998, n. 11458; contra: Cass., 26 maggio 1980, n. 3443), l’eccezione di arbitrato (Cass., 27 maggio 1995, n. 5937), l’eccezione di presupposizione (Cass., 6 ottobre 2000, n. 13333), l’eccezione di aggravamento del danno prodotto dal comportamento dello stesso danneggiato (art. 1227, comma 2, c.c.).
Tra le eccezioni di merito in senso lato, fondate cioè su fatti estintivi, impeditivi o modificativi della pretesa attorea che producono automaticamente i suddetti effetti e sono, quindi, rilevabili d’ufficio, vanno, invece, annoverate le eccezioni di pagamento (Cass., 7 febbraio 1997, n. 1154), di nullità o di simulazione, quella concernente l’aliunde perceptum (Cass., sez. un., 3 febbraio 1998, n. 1099; Cass., 21 marzo 2000, n. 3345; Cass., 14 giugno 1994, n. 5766; Cass., 8 giugno 1995, n. 6439), l’eccezione di rinuncia (ORIANI; contra Cass., 9 febbraio 1999, n. 1110), di novazione (Cass., 29 marzo 1999, n. 3026), la cui efficacia estintiva, impeditiva o modificativa dell’avversa pretesa opera automaticamente, situazioni tutte di cui il giudice deve tener conto ove esse risultino comunque provate anche in mancanza di una espressa richiesta del resistente; di limite di responsabilità nei limiti del massimale laddove sia convenuta l’impresa designata (Cass., 1 marzo 2001, n. 2991), l’eccezione di concorso causale della vittima nella produzione dell’evento di danno (art. 1227, comma 1, c.c).
Il supremo giudice di nomofilachia è poi nel senso che l’interruzione della prescrizione, lungi dall’essere rimessa all’esclusivo potere di rilevazione della parte in lite, può essere rilevata anche dal giudice, in assenza di espressa deduzione sul punto (Cass., sez. un., 27 luglio 2005, n. 15661), così come la rinuncia alla prescrizione (Cass., sez. un., 27 luglio 2005, n. 15661).
Infine, la Corte regolatrice ha statuito che il potere di diminuire equamente la penale, attribuito dall’art. 1384 c.c. al giudice, può essere esercitato anche d’ufficio (Cass., 13 settembre 2005, n. 18128).
Sempre nell’intento di assicurare il più sollecito svolgimento del giudizio, il legislatore ha stabilito che le domande riconvenzionali proposte dal resistente, costituitosi tardivamente, devono essere dichiarate dal giudice — anche ex officio — inammissibili. Deve, invece, ritenersi ammissibile la domanda riconvenzionale proposta in una memoria aggiuntiva alla già depositata comparsa difensiva purchè anche la seconda ed ulteriore difesa venga espletata nel rispetto del termine di costituzione del convenuto.
Giova precisare, innanzitutto, che la domanda riconvenzionale ricorre allorché il convenuto, non limitandosi ad esperire un’azione di accertamento negativo, estende l’oggetto del processo ed in relazione a tali nuovi fatti propone una nuova domanda, diversa ed ulteriore rispetto a quella già introdotta dall’attore. Integrano, pertanto, una domanda riconvenzionale le conclusioni del resistente con cui quest’ultimo non si limiti a richiedere il rigetto della avversa domanda (Cass., 23 novembre 1996, n. 10392).
La giurisprudenza di legittimità, al riguardo, chiarisce poi che l’elemento distintivo tra la domanda riconvenzionale e l’eccezione riconvenzionale (si tratta di una terminologia solo formalmente differente da quella adottata dalla dottrina, in quanto alla stessa non è sottesa nessuna differenza di disciplina, venendo queste ultime assoggettate alla normativa inerente le eccezioni in senso stretto) consiste nel fatto che con la prima di esse si chiede al giudice un provvedimento positivo sfavorevole all’attore, che va oltre il rigetto della domanda da lui avanzata, mentre con la seconda, pur venendo ampliato il tema della causa, non è richiesto al giudice alcun provvedimento, ma si tende solo a paralizzare la domanda dell’attore, opponendogli una situazione giuridica idonea a privare di efficacia il diritto da lui fatto valere in giudizio (Cass., 4 novembre 2000, n. 14432).
Anche la riconvenzionale deve contenere una chiara indicazione dell’oggetto e del titolo, dovendosi ritenere applicabile in caso di assoluta incertezza dei medesimi il disposto dell’art. 167, comma 2, c.p.c., che prevede la concessione da parte del giudice, nel contraddittorio delle parti, di un termine perentorio per l’integrazione della domanda riconvenzionale.
Il legislatore non ha previsto, al pari di quanto avviene nel rito lavoristico-locatizio, che il giudice, in caso di presentazione di una domanda riconvenzionale, debba provvedere con decreto a fissare una nuova udienza di comparizione.
Da ultimo mette conto evidenziare che le anzidette preclusioni concernono expressis verbis solo le allegazioni difensive, ma non anche le deduzioni istruttorie. È allora ipotizzabile che il convenuto, il quale non intenda sollevare eccezioni non rilevabili ex officio o domande riconvenzionali, possa anche costituirsi direttamente all’udienza.
Il convenuto deve costituirsi mediante deposito in cancelleria della comparsa di risposta, nella quale deve proporre le sue difese, prendere posizione sui fatti posti dal ricorrente a fondamento della domanda, indicare i mezzi di prova di cui intende avvalersi e i documenti che offre in comunicazione e formulare le conclusioni. A pena di decadenza deve proporre le eventuali domande riconvenzionali e le eccezioni processuali e di merito che non sono rilevabili d’ufficio.